
Origine e Fondazione
La Pubblica Assistenza, nasce nel comune di Orbetello nell’anno 1890 e viene riconosciuta ufficialmente dalla Regia Prefettura di Grosseto il 13 Febbraio dello stesso anno.
Questa neo nata Compagnia, che si dà l’alto compito di assistere e soccorrere gli ammalati e i bisognosi nasce con intenti umanitari laici, venati da un vago anti clericalismo, come diretta emanazione del liberalismo risorgimentale. I primi Soci fondatori, animati da spirito di servizio, nella prima fase della nascita della P.A. tengono numerose riunioni e intrattengono una fitta corrispondenza con le sorelle della Toscana, soprattutto con quelle di Pisa e di Pontedera, che avevano già maturato una certa esperienza nel campo del primo soccorso e nell’organizzazione e gestione interna della struttura benefica.
Nel 1890 i soci della P.A. svolgono un intenso lavoro per procurarsi i fondi necessari per comprare le attrezzature, dotarsi di divise, dei distintivi, reperire una sede adatta, comprare le indispensabili lettighe, dapprima a mano poi a cavallo.
Per trovare i soldi occorrenti viene coinvolta la popolazione di Orbetello, che risponde con folta partecipazione alle serate musicali, alle fiere, alle feste, alle manifestazioni che la P.A. organizza per reperire parte dei fondi necessari al proprio sviluppo. Un’ iniziativa simpatica è quella presa dalle signore di Orbetello, che, facendo una sottoscrizione tra di loro, donano alla P.A. lo stendardo sociale. Anche il Comune e i medici che erano allora in Orbetello, collaborano attivamente a far si che la Compagnia possa radicarsi sempre più stabilmente sul territorio.
L’ispiratore della fondazione della P.A. fu il cavaliere Daniele Bernaroli, che ne fu il primo presidente e poi fu nominato presidente onorario fino alla morte. La famiglia Bernaroli fu attiva nella compagnia per lunghi anni nelle persone di Eugenio, Domenico e Luigi che di volta in volta, ricoprirono varie cariche nel consiglio, soprattutto Eugenio Bernaroli che ricopre successivamente la carica di presidente, segretario e cassiere della Compagnia e sarà così coinvolto nella stessa che, pur avendo dato le dimissioni a causa del suo trasferimento a Milano, lascerà come legato testamentario alla P.A. di Orbetello la somma per allora molto congrua di L. 25.000, che nel 1930 servirà come base per la costruzione della nuova sede di via Gioberti, che è ancora oggi la sede della CRI.
Le pubbliche assistenze vennero istituite nell’ultimo ventennio del 1800 quando la ancor giovane nazione italiana, deve misurarsi, terminate le opere di conquista e di annessione che l’avevano riunificata, con gli immensi problemi di amministrazione che genti diverse, con economie totalmente distanti tra loro vennero a porre a casa Savoia e agli amministratori che dovevano gestire la cosa pubblica.
La “pace armata” con la chiesa, che considerava coloro che avevano dissolto lo stato pontificio e occupato Roma, come usurpatori in odore quasi di eresia, avevano reso difficile anche l’opera della distribuzione della beneficenza e del soccorso agli ammalati, che erano state fino ad allora quasi esclusivamente affidate agli ordini religiosi, quindi la porzione laica della società che voleva prendere parte attiva nel soccorso agli ammalati e agli indigenti, all’epoca sin troppo numerosi, si organizza in associazioni e compagnie, che si affiancano alle Misericordie, più antiche, ma di impronta troppo cattolica e,talvolta troppo aristocratica, per coloro che non volevano ingerenze da parte del clero.
Perciò la parte più sensibile della borghesia illuminata dell’epoca, studia il modo di aiutare i più sfortunati, che in un momento che vede un’inarrestabile crescita economica grazie alla società industriale,sprofondano sempre più nella miseria, sfruttati sia nelle città, dove la mano d’opera viene utilizzata senza distinzione di sesso e d’età, per 12 o 14 ore al giorno, sia nelle campagne, anche con qualche innovazione, tuttavia è la forza lavoro umana e animale, il perno della produzione.



Un pò della nostra storia
- IL NOVECENTO
- SVILUPPO DELLA PUBBLICA ASSISTENZA
- MEDICAMENTI E CURE
- PASSAGGIO ALLA CROCE ROSSA ITALIANA
- LA GUERRA
- IL DOPOGUERRA
La cittadina di Orbetello dell’ultimo decennio del 1800 e dei primi del ‘900, era un luogo molto vivace dal punto di vista sociale, era il centro urbano più sviluppato della bassa Maremma, forniva servizi al circondario sia agricolo che costiero, era sede di un’industria di trasformazione delle granaglie come i “Molini”, e dei concimi chimici che facevano la loro prima comparsa in agricoltura. A fronte di una classe borghese che annoverava i dirigenti delle fabbriche, i giudici, gli avvocati e i commercianti più agiati, vi era la massa degli operai e dei contadini che faticavano a sbarcare il lunario, spesso oppressi da famiglie numerose, con redditi talvolta solo stagionali, soprattutto i braccianti agricoli, che si spostavano da un podere a l’altro al tempo dei raccolti. Non dimentichiamo poi che sulla Maremma, non ancora bonificata, gravava la maledizione della malaria, che colpiva soprattutto i lavoratori della terra. Venuto a spezzarsi il legame con l’assistenza data dai religiosi rimaneva un vuoto da riempire e quindi per il soccorso e l’assistenza viene fondata la P.A.. Nel primo anno di attività, il 1890, vengono eseguiti 62 servizi, che considerati i mezzi primitivi impiegati non sono pochi. Vi sono gia alcuni servizi a domicilio, che consistevano soprattutto nell’assistenza notturna. La prevalenza degli interventi riguarda malati da febbri malariche e di tubercolosi, altra piaga che colpiva intere famiglia, decimandole. Nei servizi a domicilio, quelli più richiesti sono per ammalati di malattie bronco-polmonari, il cui esito era purtroppo quasi sempre mortale. Dal 1890 al 1895 la P.A. di Orbetello perfeziona la sua organizzazione entrano nuovi volontari, anche se il numero di questi è fissato per regolamento a 30 persone, il turn-over dei volontari viene effettuato con il passaggio dei soci attivi nei soci contribuenti, che con i loro versamenti mensili costituivano la base economica su cui si innestava il lavoro della compagnia.
Ogni volontario, quando riceveva l’assenso dell’assemblea ad entrare a far parte della compagnia, versava all’epoca due lire, che poi divenivano una mensile per tutta la durata del volontariato, nel 1893 fu costituito anche il gruppo femminile, come socie contribuenti, e le tariffe loro richieste erano la metà di quelle applicate ai signori. I mancati versamenti portavano all’espulsione del socio moroso, poiché il fondo costituito da gli emolumenti dei soci confluivano in un fondo di solidarietà che veniva utilizzato per sostenere i soci ammalati o in difficoltà economiche come dimostrano i vari mandati di pagamento spiccati a favore di soci ammalati, una ragione di una lira al giorno.
Nel 1895 viene inaugurato l’edificio in cui saranno poste le nuove scuole elementari di Orbetello, e la P.A., facendo istanza al sindaco, ottiene di trasferirsi in due locali posti al pianoterra del nuovo edificio, lasciando così i fondi affittati in precedenza. Il comune, come contropartita dell’uso gratuito dei locali concessi, chiede ai volontari della P.A. di accollarsi anche il compito di fungere da squadra antincendio, con l’attrezzatura fornita dalla comunità. Tale proposta era stata fatta anche in precedenza, ma era stata respinta perché la situazione in quel momento non era favorevole all’assunzione di un nuovo impegno, adesso invece, viene accettata.
Nel 1898 nella città di Orbetello si presenta una crisi economica piuttosto grave determinata dalla chiusura delle miniere di pirite del Monte Argentario. La chiusura delle miniere, per fortuna temporanea, privò del lavoro i minatori, e determinò una disoccupazione diffusa che si ripercosse negativamente su tutto il comune, che preoccupato dalla sopravvenuta indigenza di parecchie famiglie, si rivolse di nuovo alla P.A. per istituire le cosiddette “cucine economiche”.
Dall’assemblea straordinaria tenuta il 21 giugno 1898, si apprende che il comune fornisce gratis il locale e l’attrezzatura della cucina, mentre la P.A. si occuperà della preparazione e della distribuzione dei pasti, così gli operai disoccupati pagando un obolo modesto, otterranno un pasto caldo per se e la famiglia, con cibi sani e genuini, perché, così è enunciato in assemblea, “l’elemosina avvilisce”.
Dai registri che riportano la contabilità delle “cucine economiche” si ricava che il pasto consisteva quasi sempre in 600 gr. A persona di pasta e fagioli arricchita di lardo; la carne viene servita solo due volte in tutto il tempo in cui le cucine funzioneranno. I pasti serviti giornalmente vanno da un massimo di 400 a un minimo di 200. Il servizio di distribuzione dei pasti cesserà con la riapertura delle miniere e con il rientro al lavoro dei minatori disoccupati.


Intanto il XIX secolo volge ormai alla fine, e nel 1900, anche per festeggiare i primi 10 anni di attività della P.A. viene organizzata una grande fiera di beneficenza da tenersi nei giardini di Orbetello, la raccolta di oggetti è ricchissima, il comitato che si occupa dell'organizzazione e della raccolta, deve riempire ben tre grossi registri dove- sono elencati tutti g l i oggetti che s a r a n no messi i n mostra, alcuni di questi articoli arrivano anche da Roma, Firenze, Milano e Livorno: tra la marea di cuscinetti puntaspilli e vasi da fiori nei materiali più vari, ci piace riportare come pura curiosità, anche I'offer ta d i due revolver e d i d iversi monili in oro o in argento, che certo dovevano rendere più appetibile l’acquisto dei biglietti. Un registro apparte elenca le offerte di derrate alimentari e di vino, che all’epoca veniva consumato in grandi quantità, cosicchè le ubriacature erano frequenti, e scatenavano anche risse e accoltellamenti. L’alterazione alcolica colpiva anche i volontari della P.A., causando battibecchi e litigi, anche se i consiglieri vigilavano e cercavano di far mantenere una certa morigeratezza ai volontari in servizio, con rapporti e sospensioni.
Il 1900 si presenta per la P.A., ricco di fermenti e di nuovi progetti, dopo dieci anni di proficuo lavoro nel campo dell’assistenza agli ammalati e del primo soccorso, nonché nel sostenere e aiutare gli indigenti, il gruppo orbetellano ha ormai una solida esperienza alle spalle, i componenti del consiglio amministrativo vengono spesso invitati agli incontri che le P.A. tengono tra di loro per creare una comune base di azione e di intervento, per confrontarsi e mettere a punto una specie di federazione cui partecipano le singole associazioni, vediamo quindi tutto u no scambio di carteggi che riguardano la messa a punto di uno statuto unitario e un unico modello di comportamento, per rendere sempre più omologo il sistema di primo intervento tra tutte le P.A. soprattutto in Toscana e in Liguria.
A Orbetello, l 'attività della P.A., espande anche in altri settori, viene inaugurato il servizio di sterilizzazione della biancheria de i malati di malattie infettive, e viene acquistato anche un carro sigillato per portare questi panni al forno di disinfezione, questo servizio di pulitura viene anche prestato al sanatorio e al carcere locale.
Per muovere e cambiare i letti degli ammalati viene utilizzato un attrezzo, più volte citato nel registro degli interventi, l'Egro-Leva che era stato donato da un benefattore del la P.A.
I primi del 900 sono anche gli anni che vedono la nascita e la diffusione dell'automobile, i l mezzo che s i appresta a sostituire i cavalli e la trazione umana, quindi anche negli interventi di primo soccorso le lettighe a mano e il carro ambulanza trainato dal cavallo sono presto rimpiazzati dall'auto-ambulanza. A Orbetello, nei consigli assembleari della Compagnia si inizia a discutere d i questo nuovo mezzo a motore abbastanza per tempo, ma sia per la tipica prudenza a s pende re degli amministratori sia perché le spese correnti per l 'epoca, non erano poche, la nuova auto-ambulanza a motore non fu ordinata fino al 1914, anche perché con l'ampliarsi delle attività della Compagnia si era reso necessario assumere delle persone in pianta stabile, come il guardiano magazziniere, la donna che predisponeva i bagni e altri.


Nell'archivio, da cui sono tratte queste informazioni, una parte cospicua della corrispondenza, insieme a fatture dei vari fornitori, lettere, note, ed altro è rappresentata dai dépliant o meglio veri e propri cataloghi che illustrano merci di varia natura non ultimi quel! i di carattere sanitario. Questi sono molto interessanti, per¬ ché dall'uso e dalle denominazioni stesse dei vari medicamenti e medicinali si può misurare l'enorme distanza che ci. separa in materia medica da quei tempi in cui si usava il cognac come elemento indispensabile di rianimazione (un po' malignamente pensiamo che servisse a rianimare anche i volontari nelle loro vesti di portantini, quando dovevano percorrere a passo sostenuto distanze di qualche chilometro). Altri medicinali come il sublimato corrosivo e l'ac ido fenico ci portano dritti ai ricordi insieme alla Listerina (disinfettante brevettato) degli albori della disinfezione. Le fatture delle farmacie c i regalano uno spaccato di un'epoca non tanto lontana da noi in senso temporale ma lontanissima in senso scientifico, sociale e materiale, in questo quadro così diverso un'unica cosa non sembra cambiata ed è proprio il volontariato, che agisce ora come allora con lo stesso spirito d i solidarietà. Proseguendo nell'esame dei medica¬ menti usati nei primi anni del '900, un posto particolarmente importante detenevano i senapismi, i bagni caldi per i dolori reumatici, i bendaggi fatti con strisce di taffettà; tutti questi materiai i erano conservati nel magazzino della Compagnia, e venivano dati al le persone che ne necessitava¬ no, sia in fase di primo soccorso, sia per gli ammalati che erano curati in casa. Questi servizi che la Compagnia elargiva avevano costi che procuravano non pochi pensieri ai signori consiglieri; come già ricordato, in parte venivano ricoperti dalle quote sociali che sia i soci attivi, sia quelli contribuenti, e anche il gruppo delle signore versavano mensilmente in parte venivano coperte dai contributi versati da benefattori, altri soldi venivano raccolti con le manifestazioni che la
P.A . promuoveva per raccogliere fondi.
In tal modo nel 1914, Orbetello si dota della prima ambulanza a motore, e per guidarla assume un autista in pianta stabile, in modo che il servizio di primo soccorso non dipendesse dalla presenza dei volontari, inoltre si può ragionevolmente ipotizzare che no n fossero molti i volontari che sapessero guidare questi nuovi veicoli.
Lo scoppio della prima guerra mondiale sembra che non incida quasi per niente s u l modo d i operare de l la Compagnia orbetellana, anzi devo dire che non ci sono accenni in archivio, a questo conflitto, come se fosse un evento estraneo e lontano, non intacca per niente il collaudato tran¬tran della vita interna dell'associazione, forse anche perché nessuno dei volontari viene richiamato sotto le armi e partecipa al conflitto stesso, così come, terminata la guerra, dai registri degli interventi effettuati nel 1919-20, non si trova alcun riscontro di quella terribile epidemia che dilagò in tutta l'Europa, la febbre "spagnola", e che fece milioni di morti, e che da altre fonti sappiamo che non risparmiò neppure Orbetello e dintorni decimando intere famiglie, in questo frangente, forse, le persone, vista la perniciosità del contagio venivano curate in casa e non erano portate in ospedale, anche perché la malattia infuriò soprattutto tra gli strati più poveri della popolazione, dove ancora l'ospedale era vissuto come luogo dove i più radicati pregiudizi di tratta¬ menti inumani e terribili trovava fertile terreno.
Gli anni che seguono la prima guerra mondiale vedono la Compagnia seguitare nella sua opera assistenziale in senso lato, senza scosse o impennate tanto che sembra che un po' dello slancio iniziale si sia appannato, adagiandosi in una routine collaudata e un po' monotona e opaca, è probabile che questa impressione sia determinata dalla personalità de i nuovi amministratori, che non sembrano vivaci e attivi come i loro predecessori, perché anche dai verbali delle assemblee annuali mancano le proposte entusiaste, le discussioni accese, i quasi litigi che in precedenza animavano quelle pagine scritte in bellissima grafia. Come al solito, dalle pagine dell'archivio non si può estrapola re niente che può riferirsi a l momento politico cioè all'affermarsi del partito fascista, con le conseguenti modifiche che da esso derivarono anche nelle cariche politiche locali.
Infatti, i rivolgimenti attuati dal nuovo regime sono annotati solo dalle diverse denominazioni delle autorità locali a cui si rivolgono gli amministratori della Compagnia, non si colloquia più con il sindaco ma col podestà, o simili.
Fino al 1930 sembra che nulla venga a turbare le attività del la P.A., fatta eccezione ne l 1927 l ' improvvisa morte del presidente in carica in quel momento, Valeri, ma qualcosa inizia a cambiare verso il 1930; dal la relazione annuale ai soci, durante l'assemblea di febbraio, e da alcune lettere de l podestà a l presidente della Compagnia, si ricava che la stessa viene invitata a lasciare i locali sottostanti le scuole elementari con iI pretesto di possibili veicoli di infezioni che l'attività dei volontari poteva trasmettere ai bambini che frequentavano le scuole soprastanti. La motivazione appare quantomeno bizzarra tenuto conto che la sede della Compagnia non fungeva certamente da succursale del l'ospedale ma serviva solo come punto di ritrovo, di guardia e come deposito dei materiali relativi al soccorso e all'assistenza notturna degli ammalati, come del resto era stato fatto per i 35 anni precedenti, ma forse bisogna inserire questa richiesta nell'atteggiamento che il regime stava assumendo nei confronti delle P.


Gli amministratori della P.A. di Orbetello, invitati più volte a cambiare sede, decidono d'accordo con il Comune di costruire una sede propria, grazie alla cessione di una parte del terreno adiacente l'ospedale S. Giovanni di Dio, e grazie ai generosi lasciti che i soci fondatori Eugenio Bernaroli e Antonio Bartolini, avevano incluso nei loro testamenti a favore della P.A., rispettivamente ammontanti a 25. 000 e 1O. 000, somma che rappresenta la base per la nuova costruzione che sorgerà i n via Gioberti dove tuttora è usata come sede della CRI.
In effetti la P.A., non userà mai la nuova sede con tale denominazione, infatti nel 193 1 un Regio Decreto, intima lo scioglimento di tutte le P.A., che nel frattempo non si siano date la qualifica di Enti Morali, caso che non riguardava Orbetello, quindi dopo lunghe discussioni tra il consiglio e i soci, per non vanificare quarant'anni di lavoro nel campo del volontariato, e per non privare la popolazione di un servizio ormai insostituibile, viene deciso di aderire alla Croce Rossa Italiana, che proprio in quello stesso anno assumeva carattere nazionale, spostando la sua sede centrale da Milano a Roma, in tal modo si sarebbe evitato lo scioglimento della Compagnia, e tutte le opere che erano in corso: costruzione della sede e rinnovo dell'ambulanza con una più moderna e attrezzata, non sarebbero state ridotte a niente. È curioso notare come nel linguaggio comune del posto la vecchia denominazione di P.A. continui ancor oggi ad essere usata anche se ormai gli emblemi e i simboli della CRI, siano sulle ambulanze da più di sessanta anni, in verità a parte questi non è che nell'organizzazione interna cambiasse molto, infatti le persone che amministravano la associazione rimasero le stesse e così i volontari, si continuò a indire le assemblee annua"li il 12 febbraio, anniversario della fondazione della P.A., si indissero manifestazioni e feste di beneficenza per la raccolta di fondi, interessanti sono alcune lettere della Real Casa, in risposta a richieste di oggetti da esporre in fiera, che preannunciano l'invio di un contributo in oggetti da esporre. D'altra parte Casa Savoia aveva una radicata frequentazione con l'Argentario e dintorni, poiché lo yacht reale, era spesso alla fonda nelle acque di Porto S. Stefano.
L'unico cambiamento notevole che portò il passaggio sotto l'egida della CRI è che il numero dei volontari fu aumentato da un massimo di 30 unità a quaranta persone, a questo proposito bisogna ricordare che una pergamena, ricorda i soci fondatori della CRI di Orbetello, ed è datata 1931, ma come il lettore potrà confrontare con gli elenchi dei soci che si sono avvicendati negli anni e che troverà in appendice, i nomi sono gli stessi dei volontari aderenti alla P.A., passati ormai sotto la Croce Rossa.
Nel frattempo in Europa e in Italia le voci di una guerra imminente, si fanno sempre più pressanti, le tensioni salgono inarrestabili e si giunge così al 1940, quando anche l'Italia entra nel secondo conflitto mondiale. Diversamente da quello che era accaduto durante la prima guerra mondiale, in questa anche i paesi più piccoli e decentrati, sono strappati alla loro quieta esistenza e devono pagare iI loro tributo di sangue, a maggior ragione Orbetello che aveva un aeroporto ormai noto in tutto il mondo per le imprese che i trasvolatori atlantici avevano compiuto, negli anni precedenti la guerra, inoltre i depositi delle polveri e la fabbrica di munizioni rendeva il luogo una postazione strategica importante, quindi la cittadina subì pesanti bombardamenti; la stessa globalità del conflitto, fece sì che i soldati che erano stati richiamati nella zona di Orbetello e del l'Argentario, fossero inviati su fronti lontanissimi dal l'ltalia, come la Russia o l'Africa, per cui si rivelò preziosa la preseza della CRI a Orbetello, così come in tutti gli altri luoghi dove era stata istituita, per mantenere i contatti con i famigliari lontani, per inviare loro corrispondenza e pacchi contenenti viveri e medicinali, per avere notizie dei propri cari, quando altri modi di corrispondere venivano meno, a causa del caos creato dalla guerra.


Comunicazioni della CRI per Asmara e Addis Abeba erano inviate mediante radio-messaggi e tenevano in contatto i familiari anche dei civili che non erano potuti rientrare dopo I'occupazione degli Inglesi : esempio : Menghini Armando ad Asmara oppure ad Olinta Scotto da parte della madre ad Addis Abeba.
La CRI durante la guerra del 40-45, soprattutto dopo l'armistizio del 1943, esplica una funzione importantissima nella ricerca dei familiari rimasti isolati nelle colonie italiane ormai in mano agli Inglesi, mantenendo il contatto reciproco sia per mezzo dei messaggi radio che per mezzo della posta che non poteva più giungere per vie normali come in periodo di pace.
I combattenti italiani, soprattutto in Africa, quando furono fatti prigionieri dagli Inglesi e dagli Americani poi, furono inviati in posti lontanissimi, come l'Uganda o l'India.
Era la CRI che, grazie ai trattati di Ginevra sul trattamento da tenere riguardo i prigionieri di guerra, rintracciava e teneva il filo delle comunicazioni tra i soldati prigionieri e le loro famiglie, provvedeva anche a far recapitare i pacchi che queste ultime inviavano ai loro congiunti.
Anche in Italia stessa che dopo l'armistizio del 1943, si trovava divisa tra parti contrapposte, dove anche famiglie intere si erano trovate separate senza possibilità di comunicare, la CRI era in grado di tenere aperti canali di comunicazione che altri non potevano usare e dare speranza e soccorso a giovani che si erano visti trasportare in luoghi lontanissimi dai loro paesi, prima, per combattere e poi come prigionieri sia dei nemici che di quelli che fino a poco tempo prima erano stati alleati. E' estremamente significativo che dal registro che elenca il movimento corrispondenza e pacchi dell'ufficio prigionieri di guerra, le cartoline e le lettere dei prigionieri siano pervase da un falso ottimismo volto a rassicurare I famigliari sulla loro salute, ma queste rassicurazioni vengono quasi sempre smentite, perchè in tutti I messaggi che ho potuto visionare, c'è come una costante, ed è la richiesta di pacchi con poche cose, le più essenziali e necessarie che mancavano del tutto ai soldati prigionieri, sia che fossero in Germania, sia che fossero in Inghilterra o negli Stati Uniti. Quelle poche cose che genitori o mogli o sorelle riuscivano a racimolare per recare un poco di conforto ai parenti lontani, viaggiavano, grazia alla CR, in tutto il mondo, sostenendo la speranze alleviando l'attesa di coloro che stavano dietro I fili spinati, che attendevano la fine di una guerra che aveva coinvolto per la prima volta tutto il mondo. In tutte quelle cartoline gialle che recano stampati I nomi di campi-prigione di tutte le nazioni, si percepisce il dolore e la paura di quei poveri giovani che erano partiti da posti piccoli come Orbetello, dove tutti si conoscevano, erano stati allontanati dalla rassicurante routine di piccoli paesi e si ritrovavano sotto cieli lontani, tra lingue diverse e persone ostili, a vivere una prigionia spesso crudele da dove usciranno provati nella mente e nel fisico. Quale emozione avranno provato quei ragazzi, sofferenti al caldo terribile di Bombay o al freddo dei campi tedeschi ad aprire quei pacchetti che giungevano dall'Italia con quelle preziose cose che portavano loro il sapore e l'odore della loro terra.
Quei confetti, quelle tavolette di cioccolata erano una chance in più per sopravvivere per chi era privo anche delle cose più necessarie, il filo e bottoni potevano far stare insieme per un altro po' la divisa stracciata o diventare una preziosa merce di scambio per procurare qualche altra cosa utile. Ancora più patetiche sono le missive che giungono dai campi di prigionieri della Germania e queste sono concentrate solo nel 1945, probabilmente perché il vento della sconfitta ormai, preoccupando i capi dei lager, li induceva a rispettare quei diritti dei prigionieri che erano stati prima ignorati.
Anche nella cittadina di Orbetello, la CRI, fu vittima di un furto clamoroso, quando, dopo l'armistizio del 43, gruppi armati aderenti alla repubblica di Salò, rubarono un'ambulanza per fuggire e questa fu ritrovata dopo qualche tempo crivellata di colpi d'arma da f uoco e semidistrutta a Montemerano, dove era stata abbandonata . Tuttavia anche durante il conflitto, tra le oggettive difficoltà di una vita giornaliera segnata dalle ristrettezze che provocava la guerra, l'attività consueta della CRI continuò anche se affidata a poche persone, che cercavano di sopperire al primo soccorso con i mezzi che erano loro rimasti a disposizione, certo, quando la guerra fu terminata anche il sottocomitato di Orbetello dovette fare i conti con ciò che era stato perduto negli anni precedenti. Finiti i servizi di assistenza a domicilio, finite tutte le varie attività che avevano coperto i volontari della P.A. prima e della CRI poi, il sottocomitato dovette riflettere e cercare altre funzioni e introiti, al di là del primo soccorso.


Dopo il 1945, il paese era impoverito dalla guerra, e il denaro nei tempi immediatamente successivi alla pace, oltre a essere scarso era anche in disuso, perché con il passaggio dalla monarchia alla repubblica, ci fu un necessario periodo di assestamento e di rinnovamento che dalle istituzioni si diramava anche a tutte le manifestazioni della vita civile e allo stato sociale.
I nuovi amministratori della CRI, con tratto geniale, tornarono al vecchio sistema del baratto. Per rabberciare la situazione economica ormai esausta del sottocomitato si volsero ad una intelligente campagna di acquisizione soci nell'area agricola circostante. La campagna e la gente che vi risiedeva non erano sprovvisti dei generi di prima necessità che erano introvabili nei centri abitati, perciò al posto dei soldi gli incaricati del tesseramento soci CRI, accettavano prodotti agricoli, così mettevano insieme grano, vino olio e verdure che, rivendute, portavano i soldi necessari alla sopravvivenza dell'associazione.
Questa pratica andava a genio anche ai contadini che si assicuravano il servizio di trasporto ammalati e d'emergenza, dando alla CRI quei pochi chili o litri di derrate che erano decimali ai loro raccolti. Questa consuetudine fu così gradita che continuò per parecchi anni, anche quando ormai i guasti della guerra erano stati in parte riparati e la vita aveva ripreso un ritmo normale. Dagli anni 50 fino alla morte, presidente del la CRI fu Pastorelli, un uomo che viene ricordato dai volontari più anziani per la sua dedizione e per la sua capacità, infatti dai bilanci progressivi dagli anni 50 agli anni 80 bisogna riconoscere che la CRI ricominciò a crescere ad Orbetello e a riconquistare quella posizione di preminenza nella vita cittadina che aveva avuto negli anni più proficui.
Il numero dei soci in quegli anni fu assai numeroso, comprendendo anche gli abitanti dei comuni di Monte Argentario e di Capalbio, fino a che in questi paesi non si inaugurarono le sedi locali del la CRI. Ciò che in questi anni si nota di più è che la Croce Rossa di Orbetello, poiché il lavoro con l'ospedale locale diventa giornaliero e continuo, assume una veste professionale e, data la necessità di avere sempre autisti a disposizione per le chiamate non solo di emergenza, ma anche di trasporto tra l'ospedale e gl i altri nosocomi, sia di Grosseto che di altre località, all'attività dei volontari viene affiancata anche quella di alcuni autisti dipendenti. Questo fatto fu anche oggetto di richiamo da parte della sede centrale di Roma, ma il presidente Pastorelli, ebbe dalla sua le ragioni che lo costringevano ad avere in servizio personale fisso, e i dipendenti rimasero.
Alla morte di Pastorelli, avvenuta nel 1986, alla presidenza del sottocomitato fu designato Valerio Velasco. In questi ultimi 10 anni anche la struttura interna della CRI, si è trasformata e, pur mantenendo invariate le sue regole fondamentali, ha puntato sul volontariato diffuso quasi tutte le sue attività. Tuttavia i volontari devono essere preparati da appositi corsi di primo soccorso per esse accolti nella CRI. La conduzione della gestione di un sottocomitato, anche per l'avvento delle convenzioni con il servizio sanitario regionale, è diventato simile ad una gestione aziendale, ma lo spirito che. informa i volontari di tutte le componenti della CRI è lo stesso che fece nascere e crescere, come un unico filo invisibile ma assai tenace, la Pubblica Assistenza 105 anni fa.



